2^ domenica di Pasqua

Caravaggio – Incredulità di san Tommaso – 1600-1601

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(At 2,42-47;   1Pt 1,3-9;   Gv 20, 19-31)

Duomo di Belluno, 19 aprile 2020

Nel brano evangelico dell’apparizione di Gesù agli apostoli la sera di pasqua senza che ci fosse Tommaso, e in quella, otto giorni dopo, con presente anche Tommaso, c’è un particolare che ritorna due volte e su cui vogliamo fermare la nostra attenzione. Nella prima delle due apparizioni Gesù si presentò agli apostoli “mostrando loro le mani e il fianco”, e nella seconda apparizione Gesù disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Tutte e due le volte ‘le mani e il fianco’: cioè le piaghe, le ferite della passione. Evidentemente, ormai, non erano più doloranti, tuttavia esse avrebbero segnato per sempre il corpo di Gesù pur risorto e glorioso; anche in cielo.

Gesù avrà mostrato le sue piaghe non certamente per rimproverare gli apostoli d’averlo abbandonato e di non averlo difeso nel momento del supremo bisogno (del resto Pietro al momento della cattura, nell’orto degli ulivi, aveva cercato di farlo), ma unicamente per rendere gli apostoli certi e sicuri che era proprio lui, Gesù, il loro Maestro, che era stato crocifisso. Tuttavia quelle ferite, viste dagli apostoli, non potevano non parlare al loro cuore, non potevano non essere comprese come il segno di un estremo amore.

Siamo nel tempo pasquale, tempo di gioia e di spirituale allegrezza; è tornato l’Alleluja, taciuto per tutta la quaresima; ma, pur nell’esultanza della risurrezione, non possiamo dimenticare la Passione: Gesù risorto si presentò agli apostoli con le mani e i piedi forati e con il fianco aperto. Il Risorto rimane colui che è stato crocifisso; e se la risurrezione era in qualche modo ‘necessaria’, perché altrimenti Gesù sarebbe stato un vinto e non un vincitore; e se gli era in qualche modo ‘dovuta’ dal Padre, come premio per il grande sacrificio compiuto, la risurrezione a Gesù non costò nulla; gli costò molto invece la passione.

Essa catalizzò fortemente la mente e il cuore di molti santi, fino a ricevere, impresse nella propria carne, le piaghe stesse del Crocifisso. San Francesco d’Assisi è il primo di cui abbiamo notizia d’essere stato insignito delle stimmate (sul monte La Verna nel 1224); ma ebbero le stimmate le mistiche santa Veronica Giuliani (nel 1697); la beata Anna Katharina Emmerick (nel 1815); santa Gemma Galgani (nel 1899); Padre Pio da Pietrelcina (nel 1918). Santa Rita da Cascia ricevette in fronte la ferita di una spina della corona di spine di Gesù. Vari altri santi furono spiritualmente segnati dai dolori della passione del Signore.

Le piaghe di Gesù sono segno e fonte di misericordia: oggi celebriamo la domenica della Divina misericordia, voluta da Gesù stesso nelle rivelazioni a suor Faustina Kowalska; misericordia che sgorga proprio dalle sue ferite. L’antico profeta, annunciando misteriosamente il Messia, aveva detto: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Quelle piaghe, le piaghe di Gesù, ci hanno procurato salvezza e vita. Al Signore saremo grati e riconoscenti in eterno! Gli diremo grazie per sempre! Lo onoreremo e lo adoreremo risorto, e, insieme, lo onoreremo e lo adoreremo crocifisso. Con grande utilità e vantaggio per la nostra vita spirituale.

E non lo caricheremo di ulteriori ferite con i nostri peccati, ma cercheremo piuttosto, con una vita buona e santa, di medicarle. Una leggenda racconta che mentre Gesù era in croce, un passero gli abbia volato intorno, e, intenerito di fronte a tanta sofferenza, abbia cercato di alleviarla strappando una spina dalla corona che gli cingeva il capo. Una goccia di sangue cadde sul petto di quel piccolo passero, che da allora divenne il ‘pettirosso’… Bello sarà se saremo capaci di essere dei mistici ‘pettirossi’, che col nostro amore  e con le nostre buone opere portiamo misteriosamente, ma realmente, conforto al Signore.

don Giovanni Unterberger

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