su Mc 4,35-41

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Santa Giustina (BL), risalente a sabato 21 gennaio 2017
Dal Vangelo secondo Marco
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse loro: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Il lago di Genezareth è lungo 21 km e, nel punto di maggiore distanza dalle due sponde, è largo 13 km. Arriva alla profondità massima di 50 metri. E’ molto pescoso, e soggetto ad improvvise e violente tempeste. I venti che soffiano dai monti che lo circondano e lo sovrastano sono in grado di sollevare onde altissime, capaci di mettere in serio pericolo le imbarcazioni.
Gli apostoli si trovarono una sera in mezzo al lago còlti da un’improvvisa tempesta. La loro barca stava riempiendosi d’acqua, e cominciarono ad avere paura. Erano pescatori, uomini del lago, che col lago avevano confidenza, ma quella tempesta li impaurì; era troppo forte e violenta. Dice il salmo 107: “Si scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde. Salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo. Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi: tutta la loro abilità era svanita” (vv 25-27). Così si trovarono ad essere gli apostoli: ‘tutta la loro abilità era svanita’. Possiamo pensare che avessero fatto tutto quanto era in loro potere fare, che avessero tentato con tutte le forze di far fronte alla burrasca e alla violenza del vento e delle onde, ma ‘tutta la loro abilità era svanita’. E allora fecero ricorso a Gesù. Avevano Gesù con loro; Gesù dormiva, lo svegliarono: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Gesù, con tranquillità e con potere sovrumano fermò il vento, placò il lago; fece tornare la bonaccia. Ma poi rimproverò gli apostoli, disse: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”.
Questo brano di Vangelo ci riporta ad una esperienza tanto vicina a noi e tanto presente nella nostra vita: l’esperienza della paura. Quante paure! Ci sentiamo sempre minacciati da qualcosa. Viviamo in una specie di insicurezza esistenziale. La vita è faticosa; è segnata dalla precarietà, e la precarietà genera paura. Paura del presente, paura del futuro; paura per noi stessi, paura per i nostri cari. Paura di ciò che ci può capitare, succedere.
In genere le paure sono originate da cose, da fatti, da situazioni fuori di noi; ma la palla torna a noi: come far fronte alle paure? La prima reazione che ci viene da mettere in atto è quella del tentare di rimuovere la causa della paura. Alle volte ciò è possibile; altre volte non è possibile. Il Vangelo ci prospetta una via particolare: la via della fede. Gesù accosta tra loro le due cose: paura e fede, pone l’una di fronte all’altra. Dice agli apostoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. In un altro passo del Vangelo Gesù dice: “Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). La fede, antidoto alla paura.
La paura assale anche l’uomo di fede. La paura è qualcosa di naturale, di umano, qualcosa che non è possibile non provare di fronte ad una difficoltà, ad un pericolo, ad una situazione di sofferenza. Gesù era uomo di fede, di grandissima fede, eppure il Vangelo ci dice che nell’Orto degli ulivi, di fronte alla sua passione e morte, egli “provò paura e angoscia”, fino a chiedere al Padre che gli fosse allontanato il calce del dolore (Mc 14,33-26). Ma la fede aiuta a vincere la paura. Fede che non è un’idea, ma è un rapporto, una relazione personale con Dio. Troppo spesso si è presentata la fede come l’adesione a delle verità (la fede è anche questo), e si è intesa la fede come qualcosa che riguarda quasi unicamente l’intelletto. La fede è un rapporto.
Noi viviamo continuamente di fede, ogni giorno, in mille occasioni. Voi siete qui oggi perché avete avuto fede, perché avete dato fiducia alla notizia che oggi qui si sarebbe tenuta una Lectio divina; vi siete fidati, avete dato fiducia alle persone che vi hanno dato questa notizia. Se io devo andare a Roma in treno, mi fido, ho fede, che alla tal ora, sul tal binario, parta un treno per Roma perché all’orario in stazione è scritto così. Addirittura metto la mia vita in mano al macchinista del treno, il quale potrebbe sentirsi male, avere un infarto, e provocare il deragliamento del treno. Mi fido. Noi viviamo continuamente di fede, di fede umana. Salgo in auto, ho fiducia, ho fede, mi fido che l’auto funzioni, che lo sterzo non si rompa in curva mentre scendo per una discesa ripida e io finisca in un burrone. Ci fidiamo degli uomini, ci fidiamo delle cose, non ci fideremo di Dio?
La Rivelazione ci dice che Dio è Padre. Un padre non può volere se non il bene dei suoi figli. “Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo ad esserti fedele”, dice Dio nel libro del profeta Geremia (Ger 31,3). E nel libro del profeta Isaia dice: “Non temere; se dovrai attraversare le acque, io sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, perché io sono il Signore tuo Dio, il santo di Israele, il tuo Salvatore. Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,1-4). La Bibbia parla innumerevoli volte della Provvidenza di Dio che salva e si prende cura dell’uomo: ricordiamo i tre fanciulli nella fornace di fuoco; un angelo li protesse dalle fiamme e fece soffiare un vento pieno di rugiada che temperò il calore (cfr Dan 3,46-50). Ricordiamo le parole di Gesù: “Non preoccupatevi del domani, di cosa mangerete, di che cosa vi vestirete. Il Padre vostro sa che di queste cose avete bisogno” (Mt 6,25-34); “i vostri capelli sono tutti contati; neppure un passero cadrà senza il volere del Padre vostro; voi valete più di molti passeri” (Mt 10,29-31).
“Sono nelle mani di Dio, in mani buone”, mi disse un malato, alcuni mesi fa, quindici giorni prima di morire. A quello stesso malato, che andai a trovare in un precedente ricovero dissi: “Sei qui da solo” (si trovava in ospedale in una stanza singola); “No -mi rispose- siamo in due”, e mi indicò il Crocifisso appeso alla parete. Fede! Fede in una presenza, fede in una compagnia; fede in Dio! fede nella persona di Gesù che promise: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Fede nel Signore, che non ci lascia mai soli. Dietrich Bonhoeffer ebbe a dire: “Dio non ci mette al riparo da ogni sofferenza, ma è con noi in ogni sofferenza”.
Un ricercatore si è dato la briga di cercare quante volte nella Bibbia ritorni l’invito a non temere, a non avere paura: ha trovato che ricorre 366 volte, tante volte quanti sono i giorni dell’anno, compreso l’anno bisestile! E’ come se Dio ci dicesse ogni mattina: “Oggi non temere”. La fede in Dio cura le nostre paure; paure che alle volte sono ingigantite dalla nostra immaginazione e fantasia. Ho trovato scritto in un libro: “La paura bussò alla porta. La fede andò ad aprire. Non c’era nessuno”. Anche Maria, all’annuncio dell’angelo, “fu molto turbata”, dice il Vangelo, ebbe paura, e l’angelo le disse: “Non temere, Maria” (Lc 1,29-30).
La fede in Dio va coltivata. La si coltiva con la preghiera, con la lettura e la meditazione della Parola di Dio; con lo stare con lui, col frequentarlo, col donargli tempo. Si tratta di coltivare un rapporto, un’amicizia, una consuetudine di vita. Si tratta di voler aderire a lui. Abbiamo Gesù nella nostra barca, nella barca della nostra vita, come gli apostoli lo avevano con loro. E’ vero, Gesù dormiva, ma poteva quella barca andare a fondo e far morire gli apostoli e anche Gesù? Potevano temere gli apostoli che Gesù sarebbe affogato? Allora vuol dire che ancora non lo conoscevano, che ancora non lo avevano capito. E infatti il Vangelo dice che, una volta che Gesù ebbe sedato la tempesta, gli apostoli si dissero l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. Forse noi non conosciamo ancora bene Gesù, non gli siamo ancora molto intimi; egli non ci è ancora molto famigliare. Abbiamo bisogno di conoscerlo di più. ‘Chi sei tu, Gesù? Voglio conoscerti’. Allora crescerà la nostra fede in lui; e la nostra fede diventerà capace di ‘spostare le montagne’, montagne di paura: “Se avrete fede come un granello di senape, potrete dire a questo monte: spostati da qua a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20).
Abbiamo tante paure, ma domandiamo fede al Signore: “Signore, aumenta la mia fede”; e la fede vincerà le paure, e noi vivremo una vita serena, serena tra le braccia di Dio. Che bello il salmo 131: “Io sono tranquillo e sereno come un bambino in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (v 2). Un bambino in braccio alla mamma non ha paura; anche se sotto ci fosse un cane che abbaia o qualsiasi altro pericolo, il bambino in braccio alla sua mamma si sente sicuro, non ha paura. Le si stringe al petto e non ha paura. Anche noi, stringiamoci a Dio, aggrappiamoci a lui, e non saremo vinti dalle nostre paure.
Don Giovanni Unterberger