Dentro una totale gratuità

Guido Reni – San Giuseppe col Bambino – 1635

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– Meditazione tenuta da don Giovanni nel 2011 ad un ritiro di suore canossiane, sul tema della gratuità –

Prima meditazione: Dentro una totale gratuità

Prendiamo a guida delle nostre riflessioni in questi giorni di Esercizi spirituali le parabole dei Vangeli, e ci lasciamo istruire da esse. Vediamo questa mattina due parabole riportate dall’evangelista Matteo, la parabola del seminatore che semina su tutti i terreni (Mt 13,3-9) e la parabola degli operai chiamati ad ore diverse del giorno (Mt 20,1-16). Sono due parabole che ci parlano di gratuità, ci svelano un Dio gratuito che sa amare e donare gratuitamente.

“Il seminatore uscì a seminare. E, mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada, una parte cadde in luogo sassoso dove non c’era molta terra, una parte cadde tra le spine, e una parte cadde sulla terra buona”. Conosciamo l’esito di questa seminagione. Il seme caduto sulla strada fu divorato dagli uccelli; quello caduto in luogo sassoso subito germogliò ma anche subito si seccò; quello caduto tra le spine fu soffocato da esse; e quello caduto sulla terra buona portò frutto al trenta, al sessanta, al cento per uno.

L’aspetto che più ci sorprende di questa parabola è l’atteggiamento e il modo di fare del seminatore. E’ un seminatore un po’ singolare quello della parabola, per non dire strano, se non addirittura sprovveduto; un seminatore che non sta attento a dove getta il seme! Chi va a seminare sta ben attento a dove semina, non spreca il seme e non lo getta là dove prevede che non porterà frutto. Questo seminatore invece fa il contrario.

Il seminatore adombrato nella parabola è Dio, è Gesù suo Figlio. La parabola vuole parlare di Gesù, e, indirettamente, di Dio, di cui Gesù è icona e immagine (Gv 14,9). Gesù nel suo apostolato in Galilea predicò a tutti, offrì la sua parola a tutti. Ad ascoltarlo c’erano farisei, dottori della legge, erodiani, zeloti, pubblicani, prostitute, gente comune del popolo, ricchi, poveri, uomini, donne, bambini. Gesù non selezionò il terreno su cui lasciar cadere la sua parola; la rivolse a tutti. Poteva prevedere che non tutti l’avrebbero accolta, poteva pensare che in particolare i farisei, i dottori della legge, così attaccati alle prescrizioni, alle abitudini, alle tradizioni della legge giudaica, l’avrebbero rifiutata; come di fatto avvenne. Ma questo non fermò Gesù, non rese stretto il suo cuore, non chiuse la sua mano nella seminagione. Avrebbe potuto -potremmo pensare noi- stare un po’ più attento, considerare meglio le cose e fare i conti in modo più saggio. Avrebbe dovuto individuare alcuni pochi che gli davano affidamento, e ad essi solo rivolgere la sua parola e i suoi insegnamenti; e invece si rivolse a tutti, senza curarsi dell’esito, senza lasciarsi condizionare, nella proposta, dalle previsioni della risposta. A lui stette a cuore seminare, con grande  e assoluta gratuità.

L’altra parabola racconta di un ricco proprietario terriero, padrone di una vigna, che ingaggiò operai per la sua vigna a diverse ore del giorno. Alcuni li ingaggiò al mattino presto, all’alba, altri alle nove del mattino, altri a mezzogiorno, altri ancora alle tre del pomeriggio, e gli ultimi alle cinque, un’ora prima della fine della giornata lavorativa. A tutti, al termine del lavoro, il padrone diede come compenso un denaro. I primi, quelli ingaggiati all’alba, si lamentarono che agli ultimi fosse dato lo stesso compenso che a loro. “Noi abbiamo lavorato tutto il giorno -dissero-, abbiamo sopportato la fatica e il caldo; questi hanno lavorato un’ora soltanto, e com’è che hanno ricevuto come noi? Questa è un’ingiustizia!” Conosciamo la risposta del padrone: “Amici, non vi faccio torto; vi ho dato quanto era giusto ed avevamo pattuito insieme; se a questi altri ho voluto dare quanto a voi, non posso fare forse delle mie cose quello che voglio? Non posso essere gratuito nei miei doni, nel mio modo di fare? Perché siete malevoli nei confronti di questi vostri compagni di lavoro?”.

I lavoratori della prima ora si erano dimenticati di una cosa importante: che anch’essi erano stati trattati con gratuità, erano dentro un orizzonte di gratuità. Quale diritto avevano infatti di essere chiamati al lavoro? Potevano essere stati lasciati inoperosi sulla pizza del villaggio; il proprietario della vigna avrebbe potuto chiamare e scegliere altri da mandare nella sua vigna. Era stata un’iniziativa del padrone della vigna quella di offrire loro la possibilità di lavorare e di guadagnare il denaro che sarebbe servito loro per provvedere al mantenimento della famiglia. E’ vero, sì, essi avevano lavorato e faticato tutta la giornata, ma alla base di quel lavoro e di quella fatica stava un gesto di gratuità del padrone. Dimenticata questa cosa, erano entrati nella logica del diritto e del dovuto, e allora si sentivano autorizzati a criticare il padrone e a contestargli il modo di trattare gli operai dell’ultima ora. Gli operai dell’ultima ora non meritavano certo quanto loro, in una logica di diritto; ma né gli operai dell’ultima ora né loro, si trovavano nella logica del diritto; erano tutti nella logica del gratuito, tutti erano stati trattati con gratuità; e nella logica della gratuità salta e viene meno ogni diritto e ogni dovuto, ogni confronto: tu hai ricevuto più di me.

Il padrone della vigna messo in scena dalla parabola è Dio. Egli tratta le sue creature con gratuità, con grande ed estrema gratuità.

Dio fu somma gratuità nel creare. Nulla lo obbligava a creare qualcosa al di fuori di sé; egli in sé era già sommamente e totalmente felice all’interno della Santissima Trinità; nulla gli mancava. Se egli ha creato il mondo fu solo perchè volle che altre creature esistessero e partecipassero del suo essere, della sua vita, della sua felicità. “Bonum diffusivum sui”, dicevano gli antichi: “il bene tende a diffondersi, ad espandersi attorno a sé”. Tutto ciò che esiste, ogni creatura, è opera e segno della gratuità di Dio.

La gratuità del Dio creatore brilla nella generosità con cui egli ha creato le cose e con cui sostiene tutto nell’essere. Quando vado in montagna e lungo il sentiero scorgo un fiore dietro un sasso, penso: “Ma guarda, Dio l’ha fatto, l’ha fatto spuntare lì; quel fiore durerà qualche settimana, due mesi; se per questo sentiero quest’estate non fosse passato nessuno, quel fiore nessuno l’avrebbe notato; eppure Dio lo ha fatto lostesso. Dio è gratuito nel suo fare, non fa per essere visto, per essere notato, per essere ammirato e acclamato. Dio fa, e basta. Gli piace fare così, in modo gratuito.

La gratuità di Dio brilla sommamente nella creazione dell’uomo, dell’uomo libero. Creando l’uomo libero Dio ha rischiato, ha rischiato di avere anche una risposta negativa, come di fatto è accaduto. E non possiamo pensare che Dio non sapesse, non prevedesse tutte le offese, le ribellioni, i “no” che gli uomini gli avrebbero detto, fino a mettere in croce suo Figlio. Dio lo sapeva; eppure creò ugualmente l’uomo, e lo creò “libero”. Riconoscere e lasciare la libertà all’altro, perfino la libertà di offenderci e farci del male, è espressione di somma gratuità. Dio è gratuito così. “Debole”, davanti all’uomo.

La sua gratuità egli l’ha trasposta nella natura. Nella natura non c’è la legge del “do ut des”, “io ti do perché tu mi dia”; c’è la legge dell’ “io ti do perché tu sia”. Il contadino semina il seme; a quel seme il sole dà il suo calore, la pioggia dà l’umidità necessaria, i sali minerali danno il nutrimento di cui il seme ha bisogno. Grazie al sole, alla pioggia e ai sali minerali il seme cresce, si sviluppa, diventa spiga, ma non restituisce nulla al sole, alla pioggia e ai sali minerali. Il seme, diventato spiga, si lascia cogliere, si lascia macinare e diventa pane, nutre l’uomo che se ne ciba, ma l’uomo che se ne ciba non restituisce nulla al seme, alla spiga, al pane che ha mangiato. Con l’energia del pane che ha mangiato l’uomo può lavorare, agire, produrre, aiutare, sostenere e servire altri. Non quindi la legge del “do ut des”, dell’ “io ti do perché tu mi dia”, ma la legge dell’ “io ti do perché tu sia, perché tu cresca e sia “di più”. Legge di gratuità.

L’uomo, creato dentro questa legge, dentro questa logica, spesso, purtroppo, la spacca e la stravolge col suo egoismo, e cade nel “do ut des”. Il “do ut des” rovina i rapporti, e alla fin fine non tiene, non riesce a conservarli buoni e sereni. Se tu dai per avere, se tu ti spendi perché anche l’altro si spenda per te, a un certo punto può succedere che l’altro non si spenda per te per pigrizia, per cattiva volontà, o non si spenda per te per limite, nella misura che tu vorresti e ti aspettavi, e allora il rapporto entra in crisi. Solo rapporti gratuiti durano e sono gratificanti, risultano felici; attesa, pretesa, desiderio di ricambio rovinano tutto.

Quando a scuola di Sacra Scrittura commento la lettera di san Paolo ai Filippesi, non manco mai di fermarmi su dieci versetti dell’ultimo capitolo della lettera, i versetti da dieci a venti di quel capitolo, che per me sono l’elogio della gratuità, sono il canto della maturità umana.  San Paolo è ad Efeso, forse prigioniero, o comunque in serie difficoltà, perché il suo soggiorno ad Efeso fu molto duro e sofferto (scrivendo ai Corinzi da Efeso dice: “Non voglio che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che mi è capitata qui mi ha colpito oltre misura, al di là delle mie forze, sì da dubitare anche della vita. Ho addirittura ricevuto su di me la sentenza di morte”: 2Cor 1,8-9); quindi Paolo ad Efeso era in grande sofferenza, e a un certo punto si vide arrivare Epafrodìto, un cristiano di Filippi, inviato da quella comunità cristiana a portargli dei doni, degli aiuti economici. Paolo ne fu felice, se ne rallegrò tantissimo. Ma è interessante cogliere il motivo della sua gioia. Egli dice: “Sono proprio contento, Epafrodìto, di questi doni che mi porti; che buona è la comunità di Filippi! Si è ricordata di me, del suo padre nella fede, di colui che le ha annunciato Cristo, il Salvatore! Ma la mia gioia non è determinata dal fatto che io mi sento ricordato, amato e oggetto di riconoscenza da parte dei Filippesi, quasi che se non si fossero ricordati di me e non mi avessero dimostrato la loro gratitudine, sarei stato male, sarei rimasto deluso di loro e magari arrabbiato con loro, e sarei caduto in depressione. No! Io ho chi mi sostiene. “Tutto posso in Colui che mi dà la forza”, dice Paolo. Io ho Cristo. È lui la mia forza, il mio sostegno, la mia compagnia. Non sono condizionato dalla risposta positiva o negativa delle persone. Sono invece profondamente contento dei doni che mi hai portato perché essi sono il segno di quanto buono sia l’animo dei Filippesi, di quanto esso sia generoso e riconoscente; è per loro che io sono contento, è perché essi sono buoni e bravi che io sono contento; io, per conto mio, ho imparato ad essere povero e ad essere ricco; sono iniziato a tutto: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza” (Fil 4,10-20).

Profonda maturità umana, quella di Paolo; piena maturità affettiva; pienezza di gratuità.

I Vangeli sono punteggiati di gesti di gratuità. Ci limitiamo a qualche tocco, perché il Vangelo, -“buon annuncio di salvezza”- è tutto gratuità. Gesù si rivela gratuito nel suo agire; egli non cercò la propria fama, la propria gloria, la propria affermazione e successo. Guariva i malati, cacciava i demoni e diceva loro di non dire niente a nessuno (Mc 1,40-45; Mc 3,11-12); dopo la moltiplicazione dei pani la gente voleva proclamarlo re, ed egli si ritirò sulla montagna tutto solo (Gv 6,14-15); in più occasioni egli operò miracoli senza essere richiesto (così nel caso della risurrezione del figlio della vedova di Nain: Lc 7,11-15, della guarigione del cieco nato: Gv 9,1-7; della guarigione del malato alla piscina di Betesda: Gv 5,1-9).

C’è un bel episodio nel Vangelo di Marco, raccontato anche da Matteo e da Giovanni, in cui si narra di una donna che pochi giorni prima della passione di Gesù gli unse il capo con un profumo costosissimo (Mc 14,3-9). Quel profumo valeva trecento denari, la paga di un anno di lavoro di un bracciante. La donna addirittura spezzò il vasetto di alabastro che conteneva il profumo, perché esso uscisse fino all’ultima goccia sul capo di Gesù. Alla reazione dei presenti che condannarono quel gesto come un incomprensibile spreco, Gesù disse: “Lasciatela stare, perché le date fastidio? Essa ha fatto una cosa buona; anzi, in verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunciato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”.

Non so se vi siete mai domandati perché questo episodio sarebbe dovuto essere raccontato in ogni luogo ove il Vangelo sarebbe stato predicato? Per un motivo molto semplice e insieme molto profondo. È perchè questo episodio, il gesto di quella donna così generoso e dall’aspetto di uno spreco incomprensibile, gesto di assoluta gratuità, era in linea e poteva essere preso a simbolo di tutto il Vangelo, dell’agire di Gesù che diede la sua vita per l’umanità sulla croce. Non fu, il suo, uno “spreco”? non fu, il suo, un gesto di assoluta, estrema gratuità? Era proprio necessario che la redenzione si realizzasse in quel modo? Non poteva Dio perdonare i peccati degli uomini standosene in cielo e senza soffrire? Ma la gratuità è una caratteristica dell’amore di Dio; la gratuità fu il segno sotto cui Gesù pose la sua vita; gratuità fu il gesto di unzione di quella donna.

Ma domandiamoci: di che cosa, propriamente, abbiamo diritto? L’uomo è abilissimo nel trasformare in proprio diritto ciò che gli è solo donato. L’uomo, pensando se stesso, è portato a dire: “io sono”, e invece la verità dell’uomo è quella che, con frase lapidaria, esprime don Giussani: “io sono Tu che mi fai”. Noi siamo fatti in questo momento da Dio. Romano Guardini, grande teologo del secolo scorso, si rivolge a Dio con questa preghiera: “Dio, non ho nulla di me stesso, tutto è tuo dono e sarà mio solo se lo ricevo da te. Sempre ricevo me dalla tua mano. È così, e così deve essere. Questa è la mia verità e la mia gioia. Di continuo il tuo occhio mi guarda e io vivo del tuo sguardo, o mio Creatore e mia salvezza. Insegnami a capire, nella calma del tuo presente, che io sono per opera tua, e davanti a te e per te”.

Tutto è opera “sua”, di Dio; tutto è fatto ed è sostenuto nell’esistere da lui. “Tutto sussiste in lui”, dice Paolo nella lettera ai Colossesi (Col 1,17); “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). Questo è per ciascuno di noi, e questo vale per ogni persona e per ogni cosa. In questo momento io ricevo me stesso, la mia vita; in questo momento io ricevo il sole che riscalda la terra, l’aria che respiro, il frumento maturato dalla terra diventato pane che mi ciba; in questo momento io ricevo i miei familiari, i miei amici, le persone a me care. Sono immerso in un oceano di doni.

Forse che avevo diritto a nascere in un paese cristiano, in una famiglia cristiana che mi ha parlato di Dio fin dai primi anni di vita? Forse che avevo diritto ad incontrare tante persone buone che mi hanno voluto bene, che mi sono state di esempio? Forse che avevo diritto a sentirmi chiamare da Dio ad una intimità particolare con lui, a consacrarmi a lui, a conoscere la sua parola in modo più profondo, ad avere il suo Pane ogni giorno? Forse che avevo diritto a tutte le mozioni, le buone ispirazioni dello Spirito Santo, con cui egli mi ha guidato, mi ha illuminato, mi ha consolato, mi ha rafforzato?

Esercizio spirituale quanto mai utile è riandare col pensiero indietro nella propria vita, e fare memoria dei doni ricevuti; magari anche scrivendoli su di un foglio di carta. Vari salmi sono impostati su questo registro del ricordare i doni gratuiti di Dio, a livello personale (Sal 103) e a livello di popolo (Sal 136).

Pur beneficiari di tanta gratuità di Dio, noi gli siamo stati ingrati. Addirittura ci siamo serviti dei suoi doni per offenderlo, per andargli contro. Ogni peccato noi lo commettiamo usando male e abusando dei suoi doni: abusando dell’intelligenza, della volontà, della libertà, del corpo, , del tempo. Ciò che dovrebbe essere mezzo e strumento di lode e di ringraziamento a lui, noi lo abbiamo trasformato in strumento di peccato e di male.

Nel libro del profeta Ezechiele c’è un testo particolarmente espressivo a questo riguardo. Ezechiele racconta di Dio e del popolo di Israele sotto l’immagine e la simbologia di un giovane e di una ragazza (Ez 16,1-19). Dio è un giovane che trova una bambina appena nata abbandonata in campagna; la raccoglie, le presta le prime cure e la fa crescere. La bambina diventa adolescente, adulta, arriva all’età dell’amore. I due si sposano, e lui, lo sposo (Dio), la ricolma di attenzioni, la veste di ricami, di abiti di seta, la adorna di gioielli, di braccialetti ai polsi, di collane al collo, di orecchini agli orecchi; le mette in testa una corona e la fa regina. Ma lei (il popolo di Israele), infatuata della propria bellezza, si dà ad altri amori, offre i suoi favori ad ogni passante, si prostituisce e si serve dei dono ricevuti per attirare i suoi clienti.

Dice Ezechiele, esprimendo il rimprovero di Dio contro il popolo di Israele: “Prendesti i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi. Con i tuoi splendidi gioielli d’oro e d’argento, che io ti avevo dati, facesti immagini umane e te ne servisti per peccare; poi tu le adornasti con le tue vesti ricamate e davanti a quelle immagini presentasti il mio olio e i miei profumi. Il pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l’olio e il miele di cui ti nutrivo ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore” (Ez 16,15-19). Il popolo di Israele si servì dei doni di Dio per peccare. È quello che abbiamo fatto, che facciamo, anche noi.

Ma ecco che a questo punto si mette in moto ancora una volta la gratuità di Dio, e nella sua espressione massima, nella forma del perdono. Il perdono è la forma più alta della gratuità. Chi perdona è sommamente gratuito, la parola stessa lo dice. La parola “perdono” è composta dalla particella “per” e dal sostantivo “dono”. La particella “per” in latino indica pienezza, completezza, compimento. Così, ad esempio, la parola latina “venire” significa “venire”, e la parola “pervenire” significa “arrivare”, cioè venire fino in fondo, fino alla meta. La parola latina “transire” significa “passare”, e la parola “pertransire” significa “trapassare”, passare da un lato all’altro, del tutto. Così “donare” significa “donare”, e “perdonare” significa donare del tutto, fare il dono massimo.

Dio di fronte al peccato dell’uomo si pone in atteggiamento di perdono. Nel libro del profeta Isaia Dio dice: “Tu, Israele, mi hai dato molestia con i tuoi peccati, mi hai stancato con le tue iniquità, ma io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,24-25). Dio è misericordia e perdono. Il canto “Tu sei la mia vita, altro io non ho” ha una strofa in cui dice: “Tu sei la mia forza, altro io non ho, tu sei la mia pace, la mia libertà; so che da ogni male tu mi libererai, e nel tuo perdono vivrò”. Nel tuo perdono vivrò. Sì, solo nel perdono di Dio noi viviamo, solo in quel perdono, di gratuità, noi troviamo respiro e vita. Altrimenti per noi sarebbe la morte. “Egli è la nostra pace”, dice San Paolo (Ef 2,14). Noi non siamo capaci di darci pace, di pacificare il nostro cuore dopo che abbiamo sbagliato; solo Dio può darci pace, con un dono di gratuità.

In questo dono di gratuità siamo invitati a rimanere, scambiandoci e rendendoci a nostra volta reciprocamente il servizio del perdono. Se non ci perdoniamo tra noi usciamo automaticamente dalle regioni della gratuità, per entrare in regioni ben più povere, più meschine, più brutte e cattive.

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). La gratuità è l’atteggiamento dell’uomo che ha conosciuto Dio, è l’atteggiamento del cristiano che è diventato discepolo di Cristo.

Don Giovanni Unterberger

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