1^ domenica di Avvento (forma ordinaria)

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(Is 2,1-5;   Rm 13,11-14a:   Mt 24, 37-44)

Duomo di Belluno, 1 dicembre 2019

 ‘A te, Signore, innalzo la mia anima; Dio mio, in te confido, che io non resti deluso’: sono le parole dell’antifona d’introito di questa Messa; antifona d’introito che nelle Messe generalmente viene sostituita dal canto d’ingresso.

Inizia, oggi, un nuovo tempo di salvezza, l’Avvento e, con l’Avvento, un nuovo anno liturgico. Conosciamo il senso dell’anno liturgico. Esso è un anno fatto degli stessi giorni dell’anno civile, anche se i due inizi non coincidono perfettamente. Lo scorrere del tempo è il medesimo nell’anno civile e nell’anno liturgico, ma nell’anno liturgico il tempo acquista e contiene una particolare valenza di salvezza. In esso vengono presentati e sempre di nuovo ripresentati i misteri della vita del Signore, con una ripresentazione che non è mero ricordo e semplice commemorazione di eventi passati, ma che è ripresentazione contenente la grazia e il dono di quegli eventi passati; eventi passati che sono resi, dalla potenza di Dio, presenti e contemporanei a noi, a nostra salvezza.

La grazia del Natale, approdo del Figlio di Dio tra noi -evento di duemila anni fa- ci viene nuovamente elargita e offerta nella celebrazione del 25 dicembre; la grazia redentrice del sangue di Cristo in croce a perdono dei nostri peccati ci viene nuovamente applicata nella celebrazione della passione, morte e risurrezione del Signore; e la grazia dell’effusione dello Spirito Santo della prima Pentecoste diventa ancora grazia nostra. Grande è il dono di un anno liturgico, che ci permette di ripercorrere e rivivere i misteri della redenzione! “A te, Signore, innalzo la mia anima”; la eleviamo ai misteri di Dio, all’opera di salvezza del Signore; alla storia sacra che egli va intessendo nello scorrere comune e spesso incolore del tempo. L’anno liturgico dà contenuto all’anno civile.

‘A te, Signore, innalzo la mia anima; Dio mio, in te confido, che io non resti deluso’. Non resta deluso l’uomo che, confidando nel Signore, innalza la sua anima a Dio; potrebbe rimanere deluso un fiume che guarda alla sorgente? un albero che guarda alla sua radice? un bambino che guarda al grembo della propria madre? Non viene di là la vita? Dio è la vita dell’uomo; quanto più l’uomo guarda a Dio, tanto più vive; quanto più distoglie lo sguardo dal Signore e guarda altrove, si perde.

Iniziamo l’Avvento, il tempo che ci prepara al Natale. Eleviamo l’anima al cielo, guardiamo in su, da dove viene il Bambino che nascerà. Guardiamo al cielo, patria dell’amore, di un amore così grande e traboccante, da non riuscire a rimanere confinato in cielo, ma da doversi riversare sulla terra. E prepariamoci a quel dono; dono, grande, immenso, dalle proporzioni stesse di Dio; sarà Dio presente in quel Bambino!

Il cuore ha bisogno di aprirsi molto, di dilatarsi il più possibile, per accogliere, per ricevere, per ospitare. E il cuore si dilata col desiderio. Apre e dilata il cuore chi desidera.  Tutto si gioca sul desiderio. Desiderare il Natale significa voler preparare al Signore una dimora e un’abitazione nel cuore e nella vita il più possibile degna di lui; messa in ordine da preghiera, silenzio, opere di carità e lotta alle passioni.

Siamo nelle prime ore di questo nuovo tempo di grazia, impostiamolo bene; fissiamoci un programma spirituale, così che il Signore, al suo arrivo, ci trivi pronti e aperti a lui.

don Giovanni Unterberger

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