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(Gal 4,1-7; Lc 2,33-40)
Belluno, chiesa di s. Pietro, 29 dicembre 2019
La Chiesa, con la sua liturgia, ci tiene, in questi giorni, in contemplazione del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. La pagina di Vangelo che abbiamo ora ascoltato ci ha mostrato il nato Bambino oggetto di un insieme di sguardi rivolti su di lui. Su di lui lo sguardo di Giuseppe e di Maria, che si stupivano di quanto sentivano dire di Gesù; su Gesù lo sguardo del vecchio Simeone che cominciò a profetizzare di lui; e su Gesù lo sguardo dell’anziana Anna, che a tutti di lui raccontava.
Contemplazione, contemplazione di un grande mistero. L’Eterno, il signore del tempo, per nulla toccato dal suo scorrere, è voluto entrare nel tempo sottomettendosi al ritmo dei giorni, dei mesi e degli anni. L’Onnipotente, il reggitore dell’universo che tutto ha creato e tutto sostiene nell’essere, si è fatto debolezza, fragilità e bisogno. La ricchezza infinita, cui tutto appartiene, si è fatta estremo limite e povertà.
L’apostolo Paolo, contemplando il mistero dell’Incarnazione, espresse ciò nel magnifico inno della sua lettera ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6).
Il Verbo che era Dio, e si trovava in condizione divina, ‘svuotò se stesso’ -dice l’apostolo- cioè rinunciò, incarnandosi, alle prerogative che gli spettavano in quanto Dio: rinunciò a fare apparire la sua gloria, il suo splendore, la sua maestà, la sua bellezza; apparve, all’esterno, come semplice e comune uomo (unica eccezione fu il momento della trasfigurazione sul monte Tabor). Rinunciò all’esercizio personale della sua onnipotenza e della sua onniscienza: Gesù, pur essendo il Verbo di Dio, non ricorse alla propria onnipotenza di sua iniziativa; mai compì miracoli indipendentemente dal Padre, ma solo in obbedienza e sottomissione al Padre. Il Verbo incarnato che, in quanto Dio, era oltre ogni limite umano, accettò su di sé i limiti della nostra natura: il bisogno di nutrirsi per vivere, di dormire per riposare, di camminare per spostarsi, di essere istruito per conoscere le Sacre Scritture; accettò la situazione del soffrire e del morire; come noi.
Una totale solidarietà con l’uomo fu l’Incarnazione; un totale abbassamento, una piena umiltà; un supremo atto d’amore verso gli uomini. Quel Bambino che contempliamo nel presepio, un giorno, fatto adulto, dirà: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), indicando a noi la vera strada. La indicò fin dal suo primo apparire al mondo, nella stalla di una casa di Betlemme adagiato in una mangiatoia; e la indicò poi in tutto il seguito della sua vita, percorrendola pienamente. E’ la strada del non voler prevalere, del non voler affermarsi sempre e comunque; la strada della comunione con i fratelli; del saper accettare i limiti e le debolezze altrui, non condannando ma semmai aiutando e indirizzando. E’, in fondo, la strada dell’amore, dell’amore vero.
Gli sguardi di Giuseppe, di Maria, di Simeone e di Anna erano rivolti e fissi sul Bambino Gesù; lo sia anche il nostro sguardo, e a lungo; per imparare, per capire, e per avere la forza di vivere come è vissuto quel Bambino; così da essere realtà nuova nel mondo, che sembra spesso percorrere altre strade.
don Giovanni Unterberger