Domenica del Santissimo Nome di Gesù (forma straordinaria)

Sandro Botticelli – Madonna della loggia – 1466 ca

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(At 4,8-12;   Lc 2,21)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 5 gennaio 2020

Domenica, oggi, del santissimo Nome di Gesù. A scegliere il nome al Bambino nato a Betlemme non furono Maria e Giuseppe, ma Dio stesso, per mezzo di un angelo inviato loro. Il Vangelo di Luca racconta: “Entrando da Maria l’angelo disse: ‘Ti saluto, o piena di grazia; il Signore è con te. Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù’” (Lc 1,28-31). E il Vangelo di Matteo: “Un angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù’”(Mt 1,20-21). ‘Gesù’ significa ‘Dio salva’; nome del tutto appropriato al bambino di Betlemme, in quanto attraverso di lui Dio avrebbe salvato il mondo e l’umanità La salvezza è in quel Nome, è in quella persona.

Il santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico. Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù fu il francescano san Bernardino da Siena, vissuto dal 1380 al 1444, seguito da altri confratelli, specialmente il beato Alberto da Sarteano (1385-1450) e il beato Bernardino da Feltre (1439-1494). Il culto liturgico fu esteso a tutta la Chiesa nel 1721 da papa Innocenzo III. Il giorno della celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, finché agli inizi degli anni Settanta del Novecento la festa fu soppressa; per essere poi ripristinata da papa Giovanni Paolo II, e fissata, nel Novus Ordo, al 3 gennaio come Memoria facoltativa, mentre nel Vetus Ordo essa continua a ricorrere nella domenica tra il 2 e il 5 gennaio, col grado liturgico di II classe.

San Bernardino da Siena inventò anche un simbolo che esprimesse e richiamasse il Nome di Gesù: un sole, da cui si dipartono dodici raggi, e sul quale spiccano tre lettere, una  ‘I’, una ‘H’, e una ‘S’, che sono le prime tre lettere del nome di Gesù scritte in greco (IHSOUS). Lettere che, se lette in latino, sono le iniziali delle parole ‘Iesus Hominum Salvator’, Gesù salvatore degli uomini. Tale simbolo, al tempo di san Bernardino, si diffuse rapidamente; nelle città in cui il santo si recava a predicare egli lo trovava già disegnato sul gonfalone della città o scolpito sulla parete dei palazzi principali; Belluno non fu da meno: in occasione di una sua visita alla nostra città tale simbolo, ancor oggi visibile, fu scolpito sulla fiancata nord, all’esterno, del duomo, e sulla torre dell’orologio dell’attuale palazzo della Prefettura; e la stanza del nostro Seminario in cui egli alloggiò porta inciso sull’architrave la ‘I’, l’‘H’ e la ‘S’.

Più importante, però, che scolpito sulle pareti degli edifici, è che tale simbolo, cioè  il Nome di Gesù, sia impresso nel nostro cuore. Esso è il nome di Colui che è il Salvatore del mondo e il Salvatore nostro. L’introito della Messa, riportando le parole dell’apostolo Paolo, ci ha detto: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e negli inferi, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di dio Padre” (Fil 2,10-11).

Il Nome di Gesù è il nome più santo che ci sia; l’invocarlo è invocazione di salvezza; è difesa e protezione da Satana (Satana trema al Nome di Gesù, perché esso è il nome di Colui che l’ha vinto ed eternamente sconfitto). Può essere preghiera bellissima prendere in mano la corona del Rosario e scorrerne i grani pronunciando, ad ognuno di essi, lentamente e con affetto, il semplice Nome di Gesù. Diventa una preghiera che unisce l’anima al Signore in modo profondo, delicato, tenero ed efficace.

E che il Nome di Gesù, venerato e amato, faccia sì che i nostri nomi siano scritti in cielo (cfr Lc 10,20), cioè sia per noi pegno e caparra di paradiso.

don Giovanni Unterberger

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