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(Gn 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9)
Duomo di Belluno, 8 marzo 2020
Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse su un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro. “Signore, è bello per noi stare qui!”, esclamò Pietro a quella vista. E’ bello stare col Signore! Appaga, riempie il cuore. Il cuore dell’uomo è cuore di mendicante, cuore che ha fame, sete; cuore che cerca, ha bisogno, e non basta a se stesso… Siamo chiamati a riempirci del Signore; per niente che sia meno di lui, siamo fatti! Siamo fatti per Dio.
“Signore, non aspiro che a te!”, è l’elevazione spirituale di un autore medioevale, che qualcuno pensa possa essere san Tommaso d’Aquino. “Non aspiro che a te, Signore. Nel profondo della mia anima una voce; ad ogni amore che non è il tuo, essa dice: ‘sei troppo piccolo’; ad ogni splendore che non è la tua luce, dice: ‘sei tenebra’; ad ogni interesse che non è la tua gloria: ‘non mi basti’; ad ogni lode umana: ‘non mi fai grande’; a tutto quello che non sei tu, o Dio: ‘non sei ciò che cerco, ho bisogno di più’. Dammi, o Signore, te stesso, donami la tua presenza, la tua compagnia, il tutto che tu sei!”
E’ la preghiera di un mistico; ma ad altezze mistiche siamo tutti chiamati. Dio vuole donarsi totalmente a ciascuno; e tutti vuole perfettamente uniti a sé, così che tutti possano esclamare: “E’ bello, Signore, stare con te!” Ciò non richiede e non esige che si scavalchi e ci si estranei dalla realtà quotidiana, quasi che la realtà quotidiana, la vita di famiglia, di lavoro, di impegni e anche di svago, sia impedimento ad una vita mistica.
Mi ha colpito ciò che mi disse tempo fa, in una conversazione, una persona, un uomo semplice, del popolo, che non ha fatto studi di teologia; mi disse: “Quando noi beviamo dell’acqua, dovremmo pensare alla sorgente; e invece pensiamo solo alla nostra sete”. ‘Quest’uomo è un mistico -mi sono detto- solo un mistico può parlare così’; vita mistica è vivere uniti a Dio nel quotidiano; è stare uniti al Signore nelle cose concrete e attraverso le cose concrete; è vederlo, percepirlo, crederlo in tutto ciò che è, in tutto ciò che esiste, in tutto ciò che accade; e da tutto risalire a Dio. Il Signore farebbe forse differenze, tra i suoi figli, nell’essenza della vita spirituale e nella sostanza del cammino verso di lui, volendo alcuni ‘mistici’ (i monaci, le monache) e altri (i laici) no? Volendo dare ad alcuni la gioia che lui sa dare, e ad altri no?
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse su un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro”. E’ necessario salire su ‘un monte’ per vedere Gesù trasfigurato e goderne l’estasiante esperienza. Occorre non rimanere giù nella valle. Ostacolo e inciampo ad una vita mistica è l’immergersi nelle cose fino a che diventino totalità, idolo, bene sommo cercato come assoluto e come tutto. Il mistico riconosce che tutto gli è dato, e ha il cuore pieno di gratitudine per l’Autore della vita, il Signore del tempo e di ogni istante. Egli sente che nulla di ciò che è creato gli basta; il suo cuore porta in sé una ferita, ferita che le cose del mondo anestetizzano per un momento, ma non guariscono. A guarire il cuore dell’uomo è Dio. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, ebbe a dire sant’Agostino, che l’inquietudine dello stare lontano da Dio l’aveva fortemente provata, immerso nella ricerca del sapere umano e nei piaceri della carne. “La mia gioia è nel Signore”, esclama l’antico salmista (Sal 104,34); “mio bene è stare vicino a Dio” (Sal 73,28).
Siamo invitati -il Signore ci invita- con il Vangelo di oggi, a salire sul Tabor, a salire fino a lui, a cercare lui, a gioire in lui, a vederlo trasfigurato. Che egli non sia capace di riempirci il cuore? Il mistico è uomo felice.
don Giovanni Unterberger
