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(Sir 35, 15b-17.20-22°; 2 Tim 4,6-8; Lc 18,9-14)
sabato 22 ottobre 2022, risalente al 26 ottobre 2013
L’uomo, ogni uomo, è costitutivamente fatto di relazioni. Solo nella relazione, e in relazioni buone, serene e positive, l’uomo sta bene. La parabola del fariseo e del pubblicano ci aiuta a riflettere proprio sulle relazioni.
Com’è la relazione del fariseo nei riguardi di Dio? Com’è la relazione del fariseo nei riguardi degli altri uomini? E come sono le relazioni con Dio e con gli uomini del pubblicano?
Il fariseo inizia la sua preghiera rivolgendosi a Dio: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri”. Egli parla con Dio, ma poi subito ricade su se stesso e dice: “…perché io non sono come gli altri uomini; io digiuno due volte alla settimana, io pago le decime di tutto quello che possiedo”: io, io, io… Il fariseo è concentrato e ripiegato su se stesso.
Egli parla della sua giustizia, della sua bontà di vita, della sua santità; egli non si aspetta nulla da Dio, Dio non gli deve nulla, se non lodarlo, esaltarlo e dirgli “bravo”. Nei confronti di Dio egli non ha alcun debito, nulla di cui farsi perdonare; egli è perfetto; è perfetto!
Da questo suo ritenersi giusto davanti a Dio – rapporto sbagliato, come diremo subito – sgorga e deriva l’atteggiamento di giudizio e addirittura di disprezzo che egli ha nei confronti del pubblicano: “Io non sono come quel pubblicano!”
“Gesù raccontò questa parabola – dice Luca – per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Chi si ritiene giusto arriva fino a disprezzare il fratello; arriva fino a ritenere che il fratello è qualcosa di mal fatto.
Ma perché il modo di rapportarsi con Dio del fariseo è sbagliato? Un padre certosino che visse lunghi anni nella nostra Certosa di Vedana, in un suo piccolo trattato sulla preghiera, scrisse: “La preghiera del pubblicano, che chiese pietà a Dio, è la forma normale di preghiera che noi possiamo fare. Mai infatti possiamo presentarci davanti a Dio senza portare nel nostro cuore peccati, tracce di peccati, mancanze, difetti. Tutti e sempre ci presentiamo davanti al Padre nostro da peccatori. Non possiamo mai dire davanti a lui: “Io sono giusto”. Il fariseo non lo seppe fare; egli si disse, invece, “giusto”. Certo – continua il padre certosino – non è sensazione piacevole l’avvertire di non essere per Dio un partner molto attraente. Ci piacerebbe molto di più poter dire a noi stessi che la qualità del nostro incontro con Dio è opera nostra. Sarebbero le nostre qualità, le nostre virtù a far piacere a Dio e ad attirarlo nel nostro cuore. Sarebbe grazie ai nostri sforzi che diverremmo santi ai nostri occhi e agli occhi dell’Altissimo. Non è forse questo il programma che ci sedurrebbe, anche se costoso ed esigente? Ma è proprio questo – si chiede il padre certosino – ciò che Dio attende da noi?” e risponde: “Il tre volte santo non pone come condizione al nostro incontro con lui che noi siamo perfetti, che noi abbiamo da offrirgli nel nostro passato delle opere di valore, né che siamo capaci nel futuro di rendergli dei servizi. L’unico elemento indispensabile perché l’incontro possa avvenire è che noi abbiamo fede nel suo amore, e che con umiltà desideriamo sinceramente di essere da lui trasformati. Se Dio vede in noi tracce di questi sentimenti, ci prende tra le sue braccia e ci stringe a sé. Infatti il progetto di Dio – continua il certosino – non è quello di entrare in comunione con degli esseri senza macchia, senza difetti e senza debolezze. Il Padre ha inviato suo Figlio per prenderci sulle sue spalle perduti e feriti come siamo, e ricondurci all’ovile dove vi è una gioia immensa nel vedere i peccatori accogliere Gesù nel proprio cuore”.
Questa preghiera, preghiera di umiltà e di uomo peccatore, fu la preghiera del pubblicano, il quale disse a occhi bassi, battendosi il petto e stando in fondo al tempio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Questa preghiera piacque al Signore, e il Signore rimandò quell’uomo a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.
Dal nostro rapporto con Dio dipende il nostro rapporto con il prossimo. Se davanti a Dio ci sentiamo peccatori, avremo comprensione e cuore buono verso i nostri fratelli, anch’essi peccatori; se davanti a Dio ci sentiamo giusti, o, invece che confrontarci con lui, ci confrontiamo tra di noi, con il prossimo, facilmente cadremo nel giudizio, nella condanna, e perfino nel disprezzo.
San Giovanni apostolo nella sua prima lettera dice: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, Gesù, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1Gv 1,8-9).
Noi, perdonati, sapremo perdonare; noi, giustificati, non disprezzeremo più nessuno.
don Giovanni Unterberger