3a domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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(1 Pt 5,6-11;   Lc 15,1-10)

Belluno, chiesa di s. Pietro, 10 giugno 2018

Abbiamo mai pensato che noi possiamo rallegrare Dio? Un pastore aveva cento pecore, ed era rimasto con novantanove; gliene mancava una. Quel pastore era preoccupato; anzi, era più che preoccupato, era addolorato; soffriva. Quella pecora gli mancava. Le voleva bene. E allora si mise alla sua ricerca. La cercò finché non la trovò. E quale fu la sua gioia quando l’ebbe ritrovata! Se la mise sulle spalle e andò a fare festa con gli amici, perché la gioia d’aver ritrovato la sua pecora era così grande e così intensa, da non poter restare chiusa in lui, da non poter essere vissuta da solo.

Gesù, per parlarci di quanto Dio sia contento quando noi ci comportiamo bene, quando ci lasciamo ritrovare da lui e viviamo secondo i suoi comandamenti, ha raccontato le parabole della pecorella smarrita e della moneta perduta. Per cinque volte si dice, nelle due parabole, che quel pastore, quella donna, furono pieni di gioia. Per cinque volte! Il tratto della gioia è il tratto più forte e caratterizzante le due parabole.  Addirittura Gesù, per dire quanto Dio sia contento nel ritrovarci e nel nostro impegno di vivere bene, non esitò a ricorrere ad un’espressione iperbolica che, evidentemente, non va presa in senso letteralista: “C’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Noi possiamo dare gioia a Dio. Dio è felice.  In se stesso Dio è felice, eppure -mistero!- c’è una gioia che gli manca; una gioia che lui, Dio, pur essendo Dio, non può avere e non può darsi; e che gli possiamo dare noi, sue creature, sue creature pur peccatrici. Con ogni azione buona: con una preghiera fatta bene, con un atto di carità verso i fratelli, con una sofferenza sopportata e offerta, con una tentazione combattuta e vinta, con un atto di umiltà e di pentimento dopo aver peccato, col ritorno a lui con un proposito ripreso e riaffermato, noi possiamo dare gioia a Dio; possiamo fare Dio contento! Che cosa grande! che cosa straordinaria! E che cosa stupefacente il fatto che Dio si lasci dare gioia e rendere felice da noi!

E non solo Dio, ma tutto il paradiso! Gesù ha detto: “C’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte…”. Tutto il cielo esulta quando noi compiamo il bene. Esultano gli angeli, gioiscono i santi, sono contenti i nostri cari che ci hanno preceduto e sono in Dio. C’è comunione tra noi e loro; ciò che è nostro è loro. Li tocca.

Che dimensione può assumere la nostra vita! che respiro! Altro che restare limitata dentro le ristrette dimensioni della terra; no! la nostra vita, ogni istante della nostra vita, può travalicare i confini della terra, può salire oltre le nubi, può arrivare al cielo, a Dio; e può fare felice il cielo, può fare contento Dio! Impostiamo così il nostro vivere; sarà più bello, più soddisfacente, più pieno di significato. “Il Signore gioirà per te”, dice il profeta Isaia (Is 62,5); “Il Signore si rallegrerà per te con grida di gioia”, dice il profeta Sofonia (Sof 3,17).

E che tranquillizzante sarà, nel momento del passaggio da questa vita all’incontro con il Signore, poter dire: “Signore, nella mia vita ho cercato di darti gioia, di farti contento; accoglimi con te, nella tua bontà”.

don Giovanni Unterberger

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